In acqua con Fido, a Mantova la pet therapy si fa in piscina

pet therapy acquaPet therapy, se ne parla sempre più spesso come un metodo coadiuvante di cure accreditato. Questo perchè funziona e dà risultati molto spesso al di sopra delle aspettative. Il potere terapeutico di cani e gatti, efficace su numerose patologie, dalla depressione all’ansia all’autismo, può essere esercitato in varie modalità. Per aiutare a sconfiggere i traumi provocati dalla solitudine e gli stati depressivi negli anziani o la timidezza negli adolescenti è sufficiente avere un cane o un gatto in casa. Un animale domestico di cui prendersi cura, con cui  sentirsi capiti e amati.

Per patologie più complesse, come l’autismo, l’ausilio della pet therapy, lo sappiamo, è più complesso e afferisce ad una vera e propria metodologia gestita da esperti e mirata a risolvere problemi specifici. L’ultima frontiera in questo campo, di cui si sono occupati al Cnr (Centro Nazionale delle Ricerche), è l’impiego dei cani in piscina insieme ai bambini affetti da malattie psicosomatiche.

I cani nella storia: tra dipinti, esposizioni e le ultime due guerre

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Nel XVII secolo la passione per i cani da caccia cresce a dismisura. Abbiamo già conosciuto la discendenza dai lupi e ci siamo tuffati in un breve excursus storico, adesso concludiamo questo viaggio nel mondo dei cani nella storia, concentrandoci prima sull’apprezzamento e sull’amore che l’uomo nutriva e nutre per questo fantastico animale, per poi arrivare a una nota triste quando si parla di guerra, proprio come accade per noi esseri umani.

Eravamo nel XVII secolo, in Francia per la precisione. Qui i vari Re Luigi avevano mute per la caccia, i famosi bianchi del re, che accompagnavano i sovrani nelle battute, con il loro fare elegante, proprio come tutta la corte che partecipava alla caccia. A parte questo ormai quello dei cani era diventato un mercato, c’erano scambi, vendite, gare canine, corse, e un po’ tutti si appassionarono a questo fantastico animale che da sempre racchiude in sè molte caratteritische diverse. E’ bello e amichevole, nobile e modesto, forte, fedele, intelligente. L’uomo ama il cane, e i nobili e i sovrani decidono di imprimerlo nella storia, attraverso i dipinti.

Il Persiano, ovvero il gatto a pelo lungo per eccellenza

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Il gatto Persiano discende i linea diretta dal Gatto d’Angora e viene allevato ufficialmente dal 1871; il suo ingresso in Italia dalla Persia pare che risalga al 1700 grazie all’esploratore Pietro della Valle, che si innamorò di questi gatti dal pelo lungo e setoso. Circa cento anni dopo la razza fece il suo ingresso in Inghilterra e in Francia, dove fu incrociata con i gatti d’Angora per ottenere un mantello ancora più setoso e dalle tinte più varie. In Inghilterra i Persiani vengono chiamati “longhair”, cioè “a pelo lungo” e ogni colore è una razza a parte.

Fisicamente, il Persiano possiede una testa larga e di forma tondeggiante, con guance paffute e collo corto e muscoloso; gli occhi sono luminosi, grandi ed espressivi, e il loro colore deve essere in tinta con quello del mantello. Il corpo, generalmente lungo dai 40 ai 50 centimetri esclusa la coda, è forte e muscoloso; la coda è molto pelosa e termina con un pennacchio. La caratteristica principale del gatto Persiano è l’abbondanza del mantello, che è presente soprattutto nelle zone del collo delle spalle e delle zampe.

La colorazione del Persiano è basata su tre tipi: monocromatico bianco con occhi gialli, blu e arancio, monocromatico nero, crema, rossicci e azzurri con occhi arancio, e pluricromatico con gli occhi intonati al colore del mantello.

Acquario, scegliere la luce giusta

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Nell’acquario la luce è una componente fondamentale per diversi motivi: innanzitutto è importante in quanto stimola l’attività dei pesci, poi fornisce alle piante l’energia necessaria affinchè possano porre in essere la fotosintesi clorofilliana ed infine, non meno importante, una buona illuminazione consente al proprietario di vedere come stanno i pesci e cosa accade all’interno dell’acquario stesso.

Il sistema d’illuminazione è generalmente contenuto nel coperchio dell’acquario, che contiene solitamente le lampade e consente di limitare l’eccessiva evaporazione, oltre ad impedire che la povere possa filtrare all’interno dell’acquario stesso, sporcando l’acqua. L’impianto di illuminazione può essere fatto con tubi a fluorescenza o con lampade al tungsteno: analizziamo entrambi questi sistemi.

Il sistema a fluorescenza consente di utilizzae delle lampade che vengono chiamate a luce diurna, bianco calda o a luce solare, tutte utilizzabili in diverse tonalità di colore, che permettono un maggiore sviluppo delle piante ed una migliore visiblità dei pesci. L’apparecchiatura con lampade al tungsteno ha lo svantaggio di essere piuttosto costosa, infatti le lampade sono di breve durata ed emettono molto calore.

Sindrome da Grande Fratello, anche Fido soffre rinchiuso nella casa

sindrome da grande fratello caniGrande Fratello, siamo arrivati alla decima edizione e non ci si è ancora stufati di vedere ogni anno le stesse facce e tette clonate, le medesime storie strappalacrime riproposte in più salse e le tresche più o meno finte. Aggiungete una bella bestemmia e la pappa è fatta, il reality è in tavola. Non si può certo negare che lo stress psicofisico dello stare rinchiusi tra quattro mura per giorni e giorni, senza privacy, sia il motivo scatenante per cui molti concorrenti danno di matto. Ma lo sapevate che esiste una sindrome da casa anche per gli animali domestici? A quanto pare stare molte ore al giorno all’interno di un appartamento, senza contatti con il mondo esterno, può risultare frustrante per molti animali, al punto da sfociare in veri e propri disturbi comportamentali e in quella che è stata opportunamente ribattezzata Sindrome da Grande Fratello.

Anche l’adeguato apporto di cibo, una fornitura piuttosto ampia di giochi, e addirittura la presenza di un giardino in cui scorrazzare liberi non aiuta quando manca l’interazione sociale, le attenzioni del padrone e soprattutto l’evasione dalle quattro mura o dal solito metroquadro di terreno. Un malessere che si manifesta attraverso sintomi legati al rapporto con il padrone.

I cani e la storia, dai Romani al Rinascimento

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Passando per i lupi e attraversando i culti egiziani e greci arriviamo alla Roma degli Imperi, quella delle conquiste e delle guerre, che proprio durante queste ultime iniziò a utilizzare i cani come fedeli compagni anche sui campi di battaglia. L’impiego dei cani era di due diversi tipi: cane da collegamento e cane da attacco. Per l’attacco e la difesa venivano utilizzati i Molossi, che avevano zanne come tenaglie e attorno al loro collo venivano messi dei collari con lame appuntite, in modo che spesso il nemico scappava ancor prima di affrontre il combattimento con il nemico a quattro zampe. La sorte dei cani da collegamento era di sicuro peggiore. Essi ingoiavano un piccolo tubo di rame in cui veniva racchiuso il messaggio. Una volta arrivato a destinazione il cane veniva ucciso, visto che in guerra non c’era di certo il tempo di aspettare l’espulsione in modo naturale.

L’Impero Romano cadde, i barabri arrivarono e iniziò il Medioevo, periodo in cui ai cani toccò una pessima sorte, vivevano nelle strade, formavano branchi spesso feroci, alla ricerca di cibo, una sorta di regressione alla loro vecchia vita da lupi. Probabilmente i modi di dire negativi, che riguardano i cani, risalgono a questo periodo, “solo come un cane”, “vita da cani”, freddo cane”, “figlio di cane”, “mangiare da cani”.

Riccio africano: conoscere un simpatico animaletto

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Il riccio africano è un simpatico animaletto che in genere abita nei campi o nei boschi, ma che, a differenza di quello che spesso si crede, ama il contatto con l’uomo e che, quindi, può essere un fedele animale domestico. Il nome scientifico di questo animaletto è Atelerix albiventris, ed è originario delle savane e delle foreste africane; è un insettivoro simile ai nostri ricci, con il corpo coperto di spine e con il ventre che presenta una peluria bianca, che da adulto può arrivare a pesare circa 500 grammi, cioè la metà di quelli europei.

I ricci sono animali piuttosto timidi e diffidenti, che a primo impatto tendono a chiudersi formando uno scudo di aculei, ma che, una volta vinta la paura e sopraggiunta la curiosità, sono molto socievoli. Conquistare la fiducia di una riccio africano non è difficile, basta offrirgli dei prelibati bocconcini a base di frutta e miele.

Pur essendo animali solitari, si possono far convivere due esemplari dello stesso sesso, e attenzione: mai mettere due maschi adulti nella stessa gabbia, perché finirebbero con il crearvi (e crearsi) molti problemi. La gabbia ideale nella quale ospitare un riccio africano è un classico terrario, nel quale andrà posizionato, sul fondo, un abbondante strato di lettiera per roditori, mentre è assolutamente dannosa la sabbia per gatti.

Il Geko, questo sconosciuto

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Oggi facciamo al conoscenza di un animale che sempre più spesso entra nelle nostre case, ma del quale si conosce poco o niente: il Geko. Il Gekkonidae fa parte della famiglia dei piccoli rettili, imparentato con le lucertole ed innocuo per l’uomo. La colorazione dei Geki cambia a seconda della zona di appartenenza: così mentre quelli che vivono nei paesi temperati sono di color grigio o beige con una maculazione sottile, quelli che vivono nelle zone più calde, possono avere colori brillanti, tendenti al verde ed al giallo.

Una particolarità del Geko è la presenza delle voce, a differenza degli altri rettili infatti non emette un sibilo ma un vero e proprio verso, che questi animali utilizzano anche l’un con l’altro, non solo quindi in caso di pericolo. Un’altra particolarità riguarda invece le zampe che, grazie alla presenza di cuscinetti, riescono ad aderire a una varietà incredibile di superfici.

La forza attrattiva che tiene i gechi attaccati alle superfici è incredibile, corrispondente a circa 20,1 newton (cioè 2 chilogrammi) il che gli consente per esempio di aggrapparsi ad una foglia dopo una caduta di 10 cm toccandola con una sola zampa!

Cure “domestiche”, veterinario a domicilio per gatti poltroni

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Vaccinazioni, medicazioni, operazioni di pronto soccorso, visite generiche, controlli specialistici. Tutto senza sottoporre allo stress del trasportino il nostro amico gatto. A Firenze è già realtà: il veterinario a domicilio. 24 ore su 24, per ogni necessità ed emergenza o anche solo per dare un’occhiata alla salute del felino domestico senza strapazzarlo troppo.

Una soluzione che sarà gradita a quanti, proprietari di mici poco amanti dello studio veterinario e delle trasferte forzate (e quale micio è contento di andare dal veterinario?), vogliono comunque tenere sotto controllo medico costante l’animale di casa. E ovviamente le chiamate non si fanno attendere.

I cani nella storia, tra immagini e scritti antichi

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Dopo il primo impatto con l’uomo preistorico, e quindi con la caccia, addentriamoci ancora all’interno del mondo canino, ripercorrendone i passi attraverso la storia e soffermandoci su un’altra caratteristica fondamentale dei cani, la guardia, che come la caccia venne scoperta e immediatamente utilizzata dall’uomo.

Le raffigurazioni preistoriche non riguardano i cani. Chiaramente gli artisti del tempo erano più attratti dal riprodurre grandi bisonti, elefanti, renne, gli animali che venivano cacciati e uccisi e che poi diventavano cibo, che fornivano pellicce e quindi il Canis Familiaris manca completamente nelle prime preistoriche forme d’arte. Esso era sicuramente un compagno abituale, che non richiamava l’attenzione in questo senso, fino a quando anche queste prime forme d’arte si sono evolute e sono cambiati anche i soggetti rappresentati. Appaiono le iene e gli sciacalli e circa nel 4.500 a.C. ecco comparire anche i cani, dipinti nell’atto di aiutare i cacciatori. E’ stato ritrovato anche un coltello, risalente a 4-5 mila anni fa, sul cui manico è ritratto un cane con un collare. Molte rappresentazioni hanno convinto gli storici e gli esperti riguardo al fatto che il cane venisse utilizzato anche per fare da guardia ai villaggi.

Il Norvegese delle foreste, ovvero il gatto delle favole

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Il Norvegese delle foreste è il primo gatto che compare nelle favole nordiche, e, ancora prima, nella mitologia norvegese, dove viene rappresentato come un gatto fatato dalla lunga e folta coda. Questa razza di gatto fu presentata per la prima volta a Oslo nel 1913 e fu riconosciuta ufficialmente a partire dal 1930.

La sua caratteristica principale è il mantello, che può essere di qualsiasi colore, dal pelo di media lunghezza molto folto e pesante, resistente all’acqua, con un sottopelo che protegge l’animale mantenendolo caldo anche durante i mesi più freddi; possiede un collare abbondante e una coda molto lunga e molto folta. Il corpo del gatto Norvegese delle foreste è forte e muscoloso, e le zampe, anch’esse piuttosto massicce, possiedono unghie molto robuste che gli permettono di scalare gli alberi e le pareti rocciose.

I ciclidi nani sudamericani.

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I ciclidi nani sudamericani sono ormai diventati tra i pesci più diffusi in acquariofilia grazie alla loro estrema adattabilità e al loro comportamento assolutamente affascinante.

Come dice il nome, si tratta di pesci di dimensioni inferiori ai 14 cm (per i maschi) o i 12 cm (per le femmine), il che li rende molto adatti anche a vasche dal litraggio non altissimo (70 litri in su). Sono pesci che vivono nelle acqua del bacino del Rio delle Amazzoni, che per estensione copre diverse tipologie di acqua: andiamo da quella acide e tenere, a quelle alcaline e dure, con la possibilità di trovare zone con valori intermedi e diversi da quelli standardizzati nei biotopi.

Questi ciclidi sono pesci territoriali, che quindi devono potersi dividere un ampio territorio se messi in vasca con altri ciclidi nani: lo stress causato dalla convivenza può risultare fatale per l’esemplare (o la coppia) sottomessa. Tranne che nel periodo riproduttivo, i nani non attaccheranno in maniera feroce altri pesci, dando quindi la possibilità di inserirli in vasca con altre razze pacifiche e di branco.

Libro choc: E’ tempo di mangiare il cane, inquina più di un Suv

cane suvScandalizzerà più di un cinofilo lo studio realizzato da Robert e Brenda Vale, due architetti specializzati in vita sostenibile alla Victoria University di Wellington in Nuova Zelanda. In un libro provocatorio dal titolo  Time to eat the dog: the real guide to sustainable living, i due sostengono infatti che avere un cane è tutt’altro che una scelta ecologica. Gli amici a quattro zampe, in un anno, inquinerebbero infatti più di un Suv.  Secondo la teoria elaborata dagli studiosi, riportata da La stampa:

Un cane di taglia media consuma giornalmente 90 grammi di carne e 156 grammi di cereali essiccati, che prima della lavorazione del prodotto equivalgono a ben 450 grammi di carne fresca e 260 grammi di cereali. Ciò significa che nel corso di un anno, Fido fa fuori da solo qualcosa come 164 kg di carne e 95 kg di cereali.
Calcolando che occorrono 43,3 metri quadrati di terreno per produrre 1 kg di carne di pollo all’anno – e ne servono molti di più per le carni bovine e di agnello – e 13,4 metri quadrati per produrre un chilo di cereali, ogni anno un cane medio consuma l’equivalente di 0,84 ettari. E per un grande cane come un pastore tedesco, la cifra è di 1,1 ettari. Mentre un Suv (i coniugi Vale prendono come modello il classico Toyota Land Cruiser) che percorre 10.000 chilometri in un anno utilizza 55,1 gigajoule, cioè, visto che un ettaro di terreno serve per la produzione di circa 135 gigajoule di energia all’anno, l’equivalente di circa 0,41 ettari. Meno di metà di quanto consumato da un cane di taglia media.

I cani e la storia: l’incontro con l’uomo

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Sappiamo quanto le opinioni sull’origine dell’uomo possano essere discordanti e avvolte da aloni di mistero, e lo stesso vale per il suo fedele amico cane. Così come per gli essere umani, sono i reperti paleontologici a testimoniare la prima comparsa di specie “canine” sulla terra, e ciò risale a 25-30 milioni di anni fa. Sappiamo così che nell’età dei mammiferi, in parallelo con le scimmie primitive, esisteva anche un essere che aveva caratteristiche canine, questo esemplare è stato classificato come Cynodesmus, e che dopo un’evoluzione durata milioni di anni è diventato un animale molto simile al lupo, il Tomarctus, che ha dato poi origine proprio ai lupi, agli sciacalli, alle volpi, ai coyote e a tutti i canidi.

Il primo cane conosciuto dall’uomo e da lui addomesticato è stato il lupo, e le prove archeologiche di questa vita comune ci sono in Europa, in Asia e nelle Americhe, parallelamente, nello stesso periodo, e questo dimostra come il legame uomo-cane esista davvero fin dalla notte dei tempi. L’uomo ha trovato nel lupo un fidato compagno e il lupo nell’uomo un fidato capobranco.