Cuccioli randagi uccisi, condanna definitiva per veterinari

di cinzia iannaccio 5

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Ci sono voluti nove anni, uno per ogni cucciolo ucciso per arrivare alla sentenza di condanna definitiva, quella della Corte di Cassazione per due veterinari della ASL dell’Aquila che nel 2004 decisero di sopprimere dei cagnolini randagi, in quanto a loro discrezione “non c’era posto nel canile”. Ma vediamo nel dettaglio.

I fatti si sono svolti nel 2004, quando nelle mani dei due uomini sono giunti 9 cuccioli provenienti da un cortile condominiale. Il direttore del servizio veterinario della ASL , optò per la soppressione che di fatto fu praticata da un collega attraverso un’iniezione letale.  La motivazione: presunti motivi di “ordine pubblico” in quanto al canile non vi era posto per i cagnolini in questione. La difesa ha insistito sul fatto che la richiesta venisse dal proprietario del terreno nel quale i cani vivevano e che aveva sollecitato l’intervento del servizio sanitario locale. Dal dibattimento però sarebbe emersa una verità diversa: l’uomo in questione voleva solo spostarli e farli affidare a qualcuno. Lav e Lega per la Difesa del Cane, venuti a conoscenza del fatto (e che tale soppressione di randagi non era la prima ed unica) hanno sporto denuncia.

La sentenza di cassazione arriva a confermare quelle dei due gradi precedenti,  condanna a due mesi e dieci giorni di reclusione per i veterinari pubblici: si è trattato di uccisione per crudeltà /senza necessità (articolo 544 bis del Codice penale). La LAV, che si era costituita parte civile, in un comunicato stampa ha espresso chiaramente soddisfazione, ma sottolinea anche l’esigenza di una radiazione dall’albo veterinario dei due professionisti in base ad una normativa vigente e ben precisa sull’argomento:

“il Dpr 221 del 1950, che cita tale possibilità in caso di compromissione grave della reputazione e della dignità dell’intera classe sanitaria oltre che per la mancata buona condotta ed aderenza al Codice deontologico che secondo i giudici sono stati gravemente violati”.

Se poi ci fosse la necessità di aggiungere ai fatti un’aggravante è che questi veterinari lavoravano nel servizio pubblico, che avrebbe dovuto prendersi cura dei randagi e non ucciderli. Non solo. Spiega l’avvocato Carla Campanaro, dell’Ufficio Legale LAV :

“la sentenza sottolinea come il rapporto giuridico tra cane e proprietario non può essere ridotto ad una banale disponibilità dell’uomo sull’animale, ma deve tener conto della capacità di sofferenza di quest’ultimo, in quanto essere senziente e quindi meritevole di tutela. Già in primo grado si era rilevato, in base all’allora recentissima legge sul maltrattamento degli animali, la 189 del 2004, come il proprietario non potesse avere piena disponibilità dell’animale, né  infliggergli gratuite sofferenze o toglierli la vita senza valide giustificazioni”.

La sentenza infine chiarisce i rari casi in cui l’eutanasia di cani e gatti sia consentita, ovvero in presenza di una documentata malattia incurabile o la comprovata pericolosità.

Fonte: LAV

Foto: Reddit.com

 

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Commenti (5)

  1. concordo pienamente, c’è l’affido per i randagi non la condanna a morte.

    1. D’accordissimo, magari fosse sempre così!

    2. ;=)

  2. Son o pienamente daccordo con la sentenza,è abominevole questo fatto.Radiazione immediata dall’albo e multa salatissima. Vergogna per la categoria.

  3. E’ proprio la minima pena che si può dare a chi assassina esseri innocenti!

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