La nutria domestica più famosa d’Italia è morta VIDEO

di Redazione Commenta

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Si chiamava Willy e non era una nutria qualunque, ma la più famosa d’Italia. Assieme al suo amico a 2 zampe, infatti, il biologo milanese Samuele Venturini, portava avanti una missione molto speciale: educare gli esseri umani a rispettare questa specie animale dall’indole docile, ma da sempre vittima di stupidi pregiudizi.

Willy aveva 4 anni, ma nell’ultimo periodo non stava più bene. Ad annunciare la sua morte è stato lo stesso Venturini tramite la pagina Facebook dedicata al suo tenero e buffo amico a 4 zampe. Ha scritto di aver perso la parte più importante di sé, anche perché da sempre cerca di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema delle nutrie, che nonostante la parentela con i castori non sono ben viste, soprattutto perché ritenute erroneamente portatrici di malattie. Questi poveri animali troppo spesso sono oggetto di vere e proprie persecuzioni, ricordate della nutria uccisa a badilate a Cremona?

Le nutrie sono state importate dal Sud America agli inizi del Novecento per essere allevati come animali da pelliccia. Quando il business è colato a picco, sono state liberate, con la convinzione che sarebbero morte e invece, sono sopravvissute, ma a che prezzo… su questi poveri animali si è detto e purtroppo si continua a dire di tutto: che sarebbero sporchi, distruggerebbero i raccolti… niente di più falso. Le nutrie, infatti, secondo le analisi eseguite regolarmente dagli Istituti Zooprofilattici, non rappresentano alcun pericolo igienico-sanitario, mantengono sano l’ambiente e l’ecosistema in cui vivono e se ci sono dei danni ai raccolti o alle opere idrauliche è esclusivamente colpa dell’uomo.

Come vedrete dal video tra Samuele Venturini e la Willy si era instaurato un legame molto forte e come spiega il biologo la relazione con una nutria non è poi differente da quella che si potrebbe avere con un cane o un gatto. Del resto in altri Paesi questi animali vengono considerati domestici a tutti gli effetti.

Via|Facebook; Photo Credit| Thinkstock

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